Il Parco Regionale dell’Appia Antica ospita un patrimonio arboreo di rilevante valore ambientale, storico e paesaggistico. In quest’area sono presenti numerosi alberi di pregio, tra cui bagolari, pioppi, querce tra le quali farnie, roverelle, lecci e sughere e altre specie arboree di interesse, distribuiti lungo il territorio del Parco e integrati nel contesto naturale e archeologico.
Il progetto di mappatura ha l’obiettivo di censire e documentare gli alberi caratterizzati da particolare pregio, valutato sulla base di criteri oggettivi quali dimensioni del fusto, altezza, età stimata, stato di conservazione e rilevanza nel contesto territoriale. Ogni esemplare è stato georeferenziato e descritto attraverso schede tecniche che ne riportano le principali caratteristiche botaniche e strutturali.
La mappa interattiva presente in questa pagina consente al pubblico di visualizzare la localizzazione degli alberi e di accedere alle relative informazioni direttamente da smartphone o altri dispositivi mobili. Lo strumento è pensato per facilitare la fruizione consapevole del patrimonio arboreo, supportando attività di visita, studio e monitoraggio.
La mappatura rappresenta inoltre una base di dati utile per la gestione, la tutela e la valorizzazione del patrimonio verde del Parco, contribuendo alla conoscenza e alla conservazione degli alberi come elementi fondamentali del paesaggio e dell’ecosistema locale.
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Descrizione scientifica
Il pioppo nero (Populus nigra), presenza familiare dei paesaggi fluviali europei, accompagna da secoli il cammino dell’uomo lungo vie d’acqua.
Il pioppo nero è un albero caducifoglio appartenente alla famiglia delle Salicaceae. La sua silhouette slanciata, talvolta contorta dal vento e dalle vicissitudini del terreno, può raggiungere i 30 metri. La chioma, ampia e luminosa, si apre in rami sottili che lasciano filtrare la luce, favorendo così la crescita del sottobosco. Ha un tronco pesante con una corteccia più ruvida di altri alberi, che lo rende facilmente riconoscibile anche d’inverno. Le radici si spingono in profondità, stabilizzando e drenando i terreni umidi. Le foglie invece, triangolari o a forma di cuore, sono leggere e ondeggiano tipicamente al soffiare del vento. È una specie dioica: esemplari maschili e femminili presentano infiorescenze separate, fiorendo all’inizio della primavera prima della completa emissione del fogliame. I semi sono piccoli e cotonosi, trasportati dal vento per lunghe distanze.
Habitat, ecologia e ruolo nel paesaggio
Albero alto, il pioppo non è adatto ai boschi, ma predilige ambienti aperti e luminosi, con terreni freschi e abbondante disponibilità idrica: rive di fiumi, canali, e piane alluvionali. Cresce rapidamente e ha una vita media di circa 200 anni. Si propaga con facilità tramite talee naturali, mentre le sue radici estese sono utili per stabilizzare gli argini, prevenire l’erosione e favorire la ritenzione idrica del suolo. Per questo è spesso utilizzato nei progetti di rinaturalizzazione fluviale. La maggior parte dei pioppi alti a foglia larga che costeggiano i fiumi, sono ibridi tra il pioppo nero europeo e il pioppo americano (Populus × canadensis).
Curiosità e tradizioni
Il pioppo nero è famoso per il caratteristico tremolio: il latino populus deriva a sua volta dal greco pappalein che significa muoversi. Il suo fruscio sottile da sempre ha ispirato racconti e l’idea che il pioppo fosse l’albero “che parla con il vento”, custode di messaggi e presagi. Nei testi della tradizione, il pioppo nero è spesso un custode di confine, simbolo di passaggio e protezione.
Nelle culture rurali il legno del pioppo nero, leggero e facilmente lavorabile, veniva impiegato per piccoli utensili, pavimenti e per le travi dei tetti, grazie anche alla sua buona resistenza al fuoco. I germogli, ricchi di olio essenziale e resina, trovano posto nella medicina popolare, con lo stesso effetto drenante che il pioppo ha sulla terra bagnata. Un infuso di germogli diventa un ottimo rimedio per disturbi a vescica, reni e prostata, oltre che per reumatismi e gotta.
Nella mitologia nordica il pioppo è il terzo albero delle “tre parche dell’acqua”, insieme ad ontano e salice. Anche gli antichi Greci onoravano i pioppi per il loro legame con l’aldilà e li piantavano nei cimiteri. Era l’albero associato a Ecate, divinità del buio e delle notti senza luna, ma anche a Persefone, dea dei morti nei mesi invernali. Non sorprende quindi che, nell’Odissea, Circe indichi proprio un boschetto di pioppi neri come una delle porte d’accesso agli Inferi.
L’esemplare del Parco
Populus canadensis
Località: Valle della Caffarella
Altezza: 23 m · Età presunta: 80 anni · Circonferenza: 500 cm
Suolo: alluvionale
Il pioppo della Valle della Caffarella è un esemplare pregevole per maestosità e portamento, di alto valore paesaggistico, naturalistico, storico e monumentale. Nel Parco la specie è frequente lungo le aree umide come le marrane e il fiume Almone. Questo grande pioppo ibrido, nato dall’incrocio tra Populus deltoides Americano e Populus nigra, cresce nella pianura alluvionale lungo la marrana destra dell’Almone. L’apparato radicale in parte esposto e il colletto affiorante, testimoniano l’adattamento a un terreno dinamico e umido. Il fusto presenta lievi carie e piccoli attacchi di xilofagi, animali che si nutrono di legno, vivo o morto, compatibili con l’età. La chioma, ampia e uniforme, svetta sopra un antico paesaggio agricolo modellato nei secoli dall’uomo. Questo pioppo di impianto antropico, un tempo parte dei fitti filari coltivati per la produzione della carta, oggi testimonia la storia vegetale della Caffarella, dove il boschetto di pioppi ibridi accompagna la fascia ripariale dell’Almone. Nelle tradizioni antiche il pioppo era sacro a Ecate e Persefone: qui continua a custodire la memoria di una valle che intreccia miti e storia romana.

02 OLMO- Ulmus minor
Località: Tenuta della Farnesiana
Altezza: 13 m · Età presunta: 80 anni · Circonferenza: 240 cm
Diametro chioma: 13 m
Suolo: tufaceo
Il nostro esemplare di olmo è un albero camporile, isolato nel paesaggio rurale della Tenuta della Farnesiana. Spicca per la sua maestosità e con la sua ombra imponente offre riparo agli ovini durante la stagione estiva. In passato l’area ospitava vigne, successivamente scomparse dopo la concentrazione degli investimenti dei Torlonia nel centro di Roma. La Tenuta, già dei Farnese, passò ai Torlonia intorno al 1810. Del vasto patrimonio arboreo di un tempo resta oggi solo il Boschetto Farnese, un piccolo lembo di bosco misto unico nel suo genere nel territorio del Parco dell’Appia Antica. Il resto del territorio circostante è caratterizzato da prato pascolo e paesaggio agreste, a cui questo olmo conferisce un forte valore identitario.

QUERCE – Roverelle – Quercus pubescens
Località: Valle della Caffarella
Suolo: alluvionale–tufaceo
Roverella 1
Altezza: 13 m · Età presunta: 100 anni · Circonferenza: 210 cm · Diametro chioma: 23 m
Roverella 2
Altezza: 20 m · Età presunta: 150 anni · Circonferenza: 280 cm · Diametro chioma: 20 m
La Valle della Caffarella, paesaggio emblematico dell’agro romano, si estende tra la Via Latina e la Via Appia, attraversata dal fiume Almone. Modello di paesaggio agrario caratterizzato da dolci declivi, macchie boschive, prati incolti e aree di pascolo, questa valle alluvionale è stata per secoli un crocevia di culture, miti e attività agro-pastorali. Il suo nome deriva dalla famiglia Caffarelli, che nel ‘500 unificò e bonificò i diversi appezzamenti originari, trasformandoli in una vasta tenuta agricola. Due imponenti roverelle dominano la collina che si affaccia sul fiume Almone, vicino al laghetto della Caffarella. La prima si fa notare per la magnifica chioma globosa, offrendo un’eccellente zona d’ombra e riparo, molto apprezzata dalle greggi e dalle scolaresche durante i mesi più caldi. la seconda, più alta e vetusta, presenta una forma più allungata. Insieme rappresentano un riferimento paesaggistico importante nella valle.
Bosco misto – Q. pubescens, e Q. suber
Località: Tenuta della Farnesiana
Altezza: 16 m · Età presunta: 150 anni · Circonferenza: 370 cm (rif. esemplari maggiori)
Suolo: Tufaceo,
Il Boschetto Farnese è un piccolo ma cruciale lembo di bosco misto all’interno del Parco dell’Appia Antica, situato nell’antica Tenuta della Farnesiana (già proprietà Torlonia). Costituisce un raro residuo della vegetazione storica in un paesaggio dominato dall’agricoltura. Si estende per circa tre ettari su un rilievo di origine vulcanica che lo innalza sul piano di campagna. Il boschetto si distingue per la prevalenza di Roverella (Quercus pubescens) e di Sughera (Quercus suber), residuo significativo delle antiche sugherete che un tempo caratterizzavano il paesaggio tirrenico. Nonostante l’area sia stata interessata da due incendi pregressi, il bosco conserva in buono stato di vegetativo e presenta un ricco sottobosco con biancospino (Crataegus monogyna), fusaria (Evonymus europaeus) e marruca (Paliurus spina-christi). Si tratta di un esempio straordinario di agroecosistema ben conservato, un vero e proprio cuneo verde dove storia, archeologia e natura si intrecciano.

LECCI – Quercus ilex
Località: Istituto Salesiano San Tarcisio/Catacombe San Callisto
Altezza: 16 m · Età presunta: 150 anni · Circonferenza: 370 cm
Suolo: Tufaceo
Questo imponente Leccio, con la sua chioma regolare e maestosa, si trova in una cornice storica e religiosa di grande valore: l’area verde dell’Istituto Salesiano di San Tarcisio, all’interno del complesso delle Catacombe di San Callisto. Siamo sul tratto del II miglio della Via Appia Antica, la “Regina Viarum” che collegava Roma al Mediterraneo. Le Catacombe di San Callisto, tra le più grandi di Roma, rappresentano il primo cimitero ufficiale della comunità cristiana, luogo di sepoltura di martiri, 16 pontefici e innumerevoli fedeli. L’albero, tipico della macchia mediterranea e molto longevo, spicca per il suo portamento e diventa un simbolo vivente della continuità storica e spirituale di questo suggestivo angolo di Roma. La sua presenza conferisce monumentalità a un contesto che unisce archeologia, spiritualità e natura.
Bosco sacro di lecci – Quercus ilex
Località: Bosco sacro, Vicolo di Sant’Urbano
Altezza: 7 m · Circonferenza media: 125 cm · Età: 250 anni
Suolo: Tufaceo
Sulle dolci alture della Valle della Caffarella, sopra uno degli acrocori tufacei che guardano verso la cisterna romana e di fronte al rilievo di Sant’Urbano, si raccoglie il “Bosco Sacro” di lecci, dove questi alberi prosperano nel terreno vulcanico. Poco più in basso, la fonte e il ninfeo di Egeria evocano il legame antico tra acqua, natura e sacro. Il bosco comprende un nucleo di circa 120 lecci, di cui tre esemplari vetusti – uno di circa 250 anni – ed è ciò che resta di un celebre “bosco sacro”: gli antiquari rinascimentali, per errata lettura delle fonti, lo identificarono con il Bosco sacro di Egeria, dove Numa Pompilio incontrava la ninfa per ispirarsi alle leggi sacre di Roma. In realtà, il vero Bosco di Egeria si collocava alle pendici del Celio e del Palatino, presso Porta Capena, all’inizio della via Appia.
Questo luogo unico a Roma richiama il culto dei boschi sacri, protetti da antiche norme incise su cippi e legati a divinità agresti e ninfe delle acque. Dopo i danni del dopoguerra che ne ridussero il nucleo a tre alberi, il bosco è rinato rinasce come risorsa storica, paesaggistica ed ecologica: ampliato con nuovi lecci per il Giubileo del 2000 e arricchito da piante spontanee dei cittadini, è diventato un simbolo di memoria di vite umane, devozione e tutela ambientale.

ULIVO – Olea europaea
Località: Oliveto dell’Olivetaccio
Individui: 210 · Altezza media: 7 m · Età massima: 200–250 anni (alcune ceppaie forse più antiche) · Circonferenza media: 230 cm
Suolo: Tufaceo
L’Olivetaccio è una delle aree più suggestive dell’intero Parco: un territorio modellato da antiche colate laviche, avvallamenti e piccole forre, dove natura mediterranea, storia agricola e tracce archeologiche convivono in un equilibrio prezioso. Ed è proprio su questi terreni irregolari, difficili da coltivare ma ricchissimi di biodiversità, che da secoli si sviluppa un oliveto di straordinario valore. Qui crescono oltre duecento ulivi, molti vetusti, sopravvissuti a incendi, tagli e rigenerati più volte grazie alla capacità della pianta di emettere nuovi polloni dalla ceppaia. Alcuni individui potrebbero superare i 250–300 anni: sono alberi dalla forma libera, spesso rinselvatichiti, che hanno conquistato dimensioni imponenti e un habitus naturale molto diverso dagli olivi coltivati intensivamente. Il paesaggio vegetale che li circonda racconta una storia ancora più antica: siepi miste di biancospino, alaterno, marruca, specie erbacee rare in contesto urbano, come Allium chamaemoly e Berteroa obliqua, e una macchia mediterranea che si è spontaneamente insediata nei settori meno accessibili. La vista sull’Appia Antica da questo oliveto è tra le più intatte del Parco. L’assenza quasi totale di edificazioni moderne permette di leggere un paesaggio agricolo storico, in parte rinaturalizzato, che conserva con straordinaria autenticità la fisionomia tradizionale della Campagna Romana. In un luogo così ricco di storia e natura, gli ulivi non sono solo alberi: sono il simbolo di un modo di vivere il territorio fatto di continuità, cura e resilienza. La loro presenza oggi rappresenta un patrimonio da proteggere, e al tempo stesso una risorsa per immaginare nuove forme di gestione agricola sostenibile che tengano insieme biodiversità, cultura e paesaggio.

FILLIREA – Phillyrea latifolia
Località: Cisterna Maggiore, Via Bitinia
Individui: Gruppo di 4 individui · Altezza media: 5,5 m · Circonferenza media: 40 cm
Suolo: pozzolana (su copertura della cisterna)
Sulla sommità della monumentale Cisterna Romana di Via Bitinia, uno degli edifici idraulici più significativi della Caffarella, cresce un piccolo ma prezioso gruppo di filliree, alberi tipici della macchia mediterranea ma tutt’altro che scontati in un contesto così ricco di stratificazioni storiche. La cisterna romana, alta 8 metri e lunga oltre 35 m, è parte delle antiche infrastrutture agricole-residenziali che in età imperiale sfruttavano la favorevole posizione del terrazzo naturale affacciato sulla valle. Questi quattro esemplari di Phillyrea latifolia – specie sempreverde, resistente e longeva – hanno trovato nel tempo un equilibrio sorprendente con la struttura di pozzolana e cementizio sulla quale si sono insediati. Le radici si sono adattate al sottile strato di terreno che ricopre il monumento, dando vita a individui dal portamento quasi arboreo, più imponenti rispetto alle comuni forme arbustive. Il loro valore non risiede solo nella bellezza sobria della chioma compatta e verde anche in inverno, ma soprattutto nella continuità della loro presenza, documentata anche da fonti iconografiche storiche. Sono testimoni silenziosi della lunga vicenda agricola della Caffarella, un paesaggio modellato da secoli di coltivazioni, irrigazioni, allevamenti e continui riadattamenti da parte di diverse comunità. Per la loro posizione particolare, l’età ragguardevole e la capacità di integrarsi con l’architettura romana senza comprometterla, queste filliree rappresentano un unicum botanico nel Parco dell’Appia Antica. Sono un esempio di come natura e archeologia, quando convivono nel tempo, possono generare scorci di grande interesse paesaggistico e culturale.

BAGOLARO – Celtis australis
Località: Parco degli Scipioni, Via di Porta Latina 16
Altezza: 15 m · Età stimata: 100 anni · Circonferenza: 400 cm
Stato fitosanitario: Buono
Suolo: terreno di riporto
Nel cuore del Parco degli Scipioni, a pochi passi dalle mura Aureliane e immerso in un contesto archeologico di straordinario rilievo, cresce un maestoso bagolaro che si distingue per dimensioni, portamento ed equilibrio della chioma. Questo albero secolare rappresenta uno degli esemplari più importanti del Parco. La zona in cui sorge è stata per secoli un mosaico agricolo fatto di vigne, orti e piccole proprietà, fino a quando, tra XIX e XX secolo, progressivi scavi e acquisizioni pubbliche hanno riportato alla luce antichi sepolcri, colombari e strutture funerarie di grande importanza. Il successivo progetto paesaggistico di Raffaele de Vico del 1931, integrò questi monumenti in un parco ordinato e armonioso, nel quale gli alberi furono scelti per accompagnare e valorizzare le prospettive. In questo contesto, il bagolaro si presta perfettamente al ruolo: elegante, longevo, resistente, capace di creare ombra fitta e di inserirsi con naturalezza sia vicino alle pendici tufacee sia lungo i percorsi frequentati dai visitatori. La sua chioma globosa e simmetrica, il fusto regolare e la grande espansione laterale lo rendono un punto di riferimento visivo nel paesaggio storico del Parco. Conosciuto anche come “spaccasassi”, per la capacità delle radici di insinuarsi tra rocce e terreni difficili, il Celtis australis è un simbolo di forza e adattamento. Questo esemplare, cresciuto su un terreno di riporto modellato dalle sistemazioni novecentesche, riflette la storia di un luogo in cui archeologia, natura e progettazione paesaggistica dialogano da quasi un secolo.

PERO MANDORLINO – Pyrus spinosa
Località: Tenuta Olivetaccio
Altezza: 13 m
Età stimata: 100 anni
Circonferenza: 180 cm
Diametro chioma (a cupola): 11,5 m
Suolo: tufaceo
Stato fitosanitario: Buono
Pyrus spinosa è una specie generalmente di piccole dimensioni e crescita lenta. Questo esemplare è di particolare pregio per la sua forma ampia e armoniosa ed è inoltre discretamente vetusto e testimone del territorio agricolo del passato. Il pero mandorlino cresce all’interno di una storica tenuta agricola denominata “Olivetaccio” da poco di proprietà della famiglia Cetorelli, nel cuore di uno dei paesaggi rurali più caratteristici del Parco dell’Appia Antica. L’Olivetaccio è una delle aree più suggestive dell’intero Parco: un territorio modellato da antiche colate laviche, avvallamenti e piccole forre, dove natura mediterranea, storia agricola e tracce archeologiche convivono in un equilibrio prezioso. Sugli stessi terreni irregolari, difficili da coltivare ma ricchissimi di biodiversità, prospera anche un oliveto secolare di straordinario valore.

FICO – Ficus carica
Località: Via Appia Antica, fronte civico 258
Altezza: 11 m · Età stimata: 250 anni · Circonferenza: 600 cm
Stato fitosanitario: Non ottimale
Suolo: lavico
Nelle aree periurbane come l’Appia e nella Valle della Caffarella il fico è un tratto caratteristico del paesaggio storico-agricolo: gli esemplari spontanei o semi-coltivati che si trovano presso casali e ruderi contribuiscono in modo significativo alla biodiversità funzionale e alla memoria paesaggistica. Questo monumentale fico cresce a pochi passi dai resti di un antico complesso romano attribuito ai figli di Sesto Pompeo, lungo uno dei tratti più ricchi di testimonianze archeologiche della Regina Viarum. Con i suoi circa 250 anni, è uno degli esemplari più longevi dell’area, e nonostante le condizioni non perfette del fusto e della chioma, colpisce per la sua forma espansa e scenografica, simile a un grande ombrello vegetale. Le radici affiorano sul terreno della colata di Capo di Bove, mostrando le capacità di questa specie di adattarsi e resistere nel tempo. Il fico, apprezzato fin dall’antichità per i suoi frutti e per il suo significato simbolico, qui diventa un emblema di resilienza e di continuità tra la natura e la storia millenaria della via Appia. La sua presenza contribuisce a rendere ancora più suggestivo questo tratto dell’antica strada, dove archeologia e paesaggio si intrecciano in modo unico.

CIPRESSO-LECCIO – Cupressus sempervirens
Località: Area del Ninfeo dei Quintili, presso Tomba degli Orazi
Altezza: 18 m · Età stimata: 150 anni · Circonferenza: 320 cm
Suolo: tufaceo
Nei pressi del Ninfeo dei Quintili, vicino alla Tomba degli Orazi, in un paesaggio segnato da rilevanze archeologiche e scavi stratificati, cresce un cipresso vetusto con una chioma più aperta rispetto al portamento tipico della specie, che affianca un maestoso esemplare di leccio. La fotografia, che lo ritrae accanto a lavori di scavo, mette in evidenza la peculiare convivenza tra natura e archeologia: un dialogo continuo tra apparati radicali, strutture romane e interventi di tutela. Il cipresso, specie simbolo della monumentalità mediterranea, contribuisce a sottolineare il carattere solenne del paesaggio antico ed in particolare del Parco dell’Appia Antica.
